Una Sera di Ottobre a Milano

scritto da R. E. Harlow
Scritto 19 ore fa • Pubblicato 3 ore fa • Revisionato 3 ore fa
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Autore del testo R. E. Harlow

Testo: Una Sera di Ottobre a Milano
di R. E. Harlow

Mi chiamo Giulia. Ho ventotto anni e vivo da sola in un monolocale di ventotto metri quadrati a Lambrate, dalla parte di Città Studi.

Lavoro in un’agenzia di comunicazione vicino a Porta Venezia, una di quelle con le pareti bianche, le sedie ergonomiche e le frasi motivazionali appese nei corridoi. Quelle frasi che parlano di passione, squadra, visione. Mai di mal di schiena, occhi secchi o cene saltate.

Stasera ho staccato dall’ufficio alle 20:10.

Un miracolo.

Nelle ultime settimane uscivo spesso dopo le nove, con la testa che pulsava e la luce fredda dei neon ancora stampata sulle retine. A volte mi sembrava di portarmela dietro anche in metropolitana, quella luce: dentro gli occhi, sulle mani, perfino nel respiro.

L’ufficio, invece, me lo sentivo ancora addosso: aria condizionata vecchia, caffè bruciato e plastica calda dei computer lasciati accesi troppo a lungo.

Ma oggi il capo era a una cena con i clienti e, per una volta, nessuno mi ha chiesto di “fare un’ultima cosa veloce”.

Ho spento il computer con una specie di stupore incredulo.

Per qualche secondo sono rimasta ferma davanti allo schermo nero, come se stessi aspettando che qualcuno comparisse dalla porta per dirmi che si erano dimenticati di me.

Nessuno è arrivato.

Così ho preso la borsa e sono uscita.

Fuori pioveva piano, quella pioggia milanese fine e insistente che ti bagna senza che te ne accorgi. L’aria aveva odore di asfalto bagnato, smog leggero e foglie schiacciate sui marciapiedi. Le persone camminavano veloci con il collo incassato nei cappotti, i tram stridevano sui binari lucidi e le vetrine sembravano più calde di tutto il resto della città.

Ho preso la rossa fino a Loreto, poi ho cambiato sulla verde. Nel tunnel l’aria era tiepida e metallica, piena di freni, giacche umide e giornate finite male.

Finalmente seduta vicino alla porta, ho visto il mio riflesso nel vetro: capelli raccolti male, occhiaie leggere, il rossetto sparito da ore.

Sembravo una versione sbiadita di me stessa.

A Piola è salita una ragazza con un mazzo di fiori avvolto nella carta marrone. Li teneva stretti come se fossero fragili. Dal mazzo arrivava un odore verde, fresco, quasi fuori posto in mezzo alla metro piena di cappotti bagnati.

Mi sono chiesta chi glieli avesse dati, o per chi li avesse comprati.

Poi ho smesso di pensarci.

E ho pensato solo a una cosa:

stasera non ordino niente.

Stasera cucino io.

Sono scesa a Piola, ho aperto l’ombrello e ho camminato fino al Carrefour di via Grossich, stringendo la borsa contro il petto. Le dita erano fredde e un po’ rigide; faticavano perfino a tenere il manico.

Il supermercato era ancora aperto, illuminato di una luce troppo bianca, con pochi clienti sparsi tra gli scaffali e il pavimento lucido di pioggia trascinata dentro dalle scarpe. Dentro faceva caldo, ma era un caldo finto, da neon, porte automatiche e aria riciclata. Dai banchi frigo arrivavano folate fredde sulle mani.

Nel reparto verdura c’era odore di plastica, cavolo tagliato e cassette umide.

Ho preso poche cose, perché il budget di fine mese era sempre tirato:

una confezione piccola di petto di pollo con il bollino del trenta per cento di sconto;

un sacchetto di verza già tagliata, in offerta con il venti per cento gratis;

una confezione di pangrattato;

un pezzetto di parmigiano reggiano da grattare.

Niente di speciale.

Eppure, mentre mettevo tutto nel cestino, mi sembrava già una piccola promessa.

Alla cassa automatica ho controllato il totale due volte. Il bip dello scanner sembrava più forte del necessario. Non era tanto, ma abbastanza da farmi fare comunque un calcolo mentale: affitto, bollette, abbonamento ATM, spesa, qualche regalo di Natale da iniziare a pensare troppo presto.

Ho pagato e ho infilato lo scontrino nella tasca del cappotto, come se potesse servirmi a giustificare qualcosa.

Poi sono rientrata a piedi verso Lambrate.

Quando sono arrivata al palazzo, l’ascensore era ancora rotto. Tre settimane, ormai.

Ho salito le scale piano, un gradino alla volta, con le gambe molli e il cappotto umido sulle spalle. Ogni pianerottolo aveva il suo odore: detersivo al limone, fritto vecchio, bucato steso troppo a lungo.

Al terzo piano ho trovato una busta della pubblicità incastrata nella porta. La solita offerta per cambiare gestore della luce.

L’ho appoggiata sul mobiletto dell’ingresso senza guardarla.

Le bollette, quella sera, potevano aspettare.

Il monolocale era freddo e silenzioso. Appena entrata, ho sentito l’umidità del muro sulle dita mentre cercavo l’interruttore. Il frigorifero ronzava piano nell’angolo cottura, come se anche lui stesse facendo gli straordinari.

Il basilico sul davanzale sembrava più stanco di me.

Mi sono tolta le scarpe. I calzini erano leggermente umidi sulla punta. Ho acceso la piccola lampada sul comodino e ho lasciato spenta la luce grande. Quella lampada proiettava una luce arancione, morbida, quasi da stanza d’albergo economica.

Fuori, dietro il vetro appannato, si vedevano solo i riflessi dei palazzi di fronte.

Prima di cucinare mi sono fatta una doccia lunga.

Non una doccia normale. Una di quelle docce in cui resti ferma sotto l’acqua calda senza fare niente, come se il corpo dovesse ricordarsi da solo di essere vivo.

Il primo getto mi ha colpito la nuca e ho sentito le spalle scendere di un centimetro. L’acqua faceva rumore sulle piastrelle, un rumore fitto e continuo che copriva tutto: Milano, l’ufficio, la metro, le notifiche.

Ho lavato via l’odore dell’ufficio, della metropolitana, della pioggia e della giornata.

Per qualche minuto non ho pensato a Excel, alle scadenze, né al messaggio di mia madre che mi chiedeva quando sarei tornata in Puglia.

Quando sono uscita dal bagno, con i capelli ancora umidi e il pigiama di pile, Milano sembrava un po’ più lontana. La pelle tirava leggermente sulle guance per il caldo della doccia, ma era una sensazione buona. Una prova che ero ancora lì.

Ho messo una playlist bassa, qualcosa di morbido e notturno, poi ho iniziato a cucinare.

Ho appoggiato il pollo su un tagliere piccolo e l’ho battuto con il fondo di un bicchiere, perché non ho il batticarne. Il rumore era secco, sordo, quasi imbarazzante nel silenzio del monolocale. Ho cercato di renderlo più sottile possibile, senza bucarlo del tutto.

Poi l’ho salato e pepato, l’ho massaggiato con un velo di maionese e l’ho coperto di pangrattato direttamente nella padella ancora fredda.

Il pangrattato si attaccava alle dita e finiva un po’ ovunque, anche sul bordo del fornello.

Così sporcavo meno.

O almeno ci provavo.

Avevo imparato questo trucco guardando i video di una ragazza giapponese che vive da sola a Tokyo. Preparava cene semplicissime dopo giornate infinite di lavoro, parlando piano, come se non volesse disturbare la notte.

Chissà se anche lei, certe sere, si sente esattamente come me.

Ho acceso il fuoco e il pollo ha iniziato a sfrigolare.

Quel rumore mi ha fatto venire fame davvero.

All’inizio era un sibilo basso, poi un crepitio più vivo, come pioggia al contrario. L’odore del pangrattato tostato è arrivato subito: caldo, semplice, quasi infantile.

Mentre cuoceva, ho preparato la verza: un filo d’olio, un po’ di cipolla che avevo già in frigo, un cucchiaio di concentrato di pomodoro, peperoncino e, alla fine, una spruzzata di aceto balsamico.

La cipolla ha cominciato a diventare dolce nell’olio. Poi la verza ha rilasciato quel suo odore forte e verde, un po’ ruvido, che all’inizio sembra troppo e poi diventa casa.

Mi piace quel sapore agrodolce che arriva dopo, quando non te lo aspetti. Sa di cucina povera, ma anche di qualcosa fatto con attenzione.

Ho messo su l’acqua per due manciate di mezze maniche rigate.

Il pollo da solo non sarebbe bastato a consolarmi.

Ogni tanto il telefono si illuminava sul tavolo.

Una notifica del gruppo dell’ufficio.

La vibrazione ha fatto tremare appena il legno sottile del tavolino.

Non l’ho aperta.

Mi sono limitata a guardarla spegnersi.

Quando ho impiattato, la cucina era piena di un profumo caldo, casalingo: pollo croccante, verza al pomodoro, pasta corta e parmigiano grattugiato sopra. Il parmigiano si è sciolto subito, lasciando quell’odore salato e pieno che mi ha fatto venire ancora più fame.

Il piatto non era bello come quelli delle foto. Il pollo era un po’ storto, la verza era finita anche sul bordo, e il parmigiano si era sciolto dove non doveva.

Però era mio.

Ho acceso la TV, ma ho tolto l’audio.

Volevo solo il rumore della pioggia e della forchetta nel piatto.

Il primo boccone mi ha fatto chiudere gli occhi.

Il pollo era croccante ai bordi e morbido al centro. La verza aveva quel punto acido e dolce che pizzicava appena la lingua. La pasta, con il parmigiano sciolto sopra, era semplice, calda, senza pretese.

Porca miseria, Giulia.

Hai cucinato una cosa decente.

Ho mangiato lentamente, seduta al piccolo tavolo davanti alla finestra. Fuori, i binari di Lambrate brillavano sotto la pioggia. Ogni tanto passava un treno e faceva tremare appena il vetro.

Dentro, per una volta, tutto era caldo.

Non felice in modo grande.

Non felice da film.

Solo caldo.

E quella sera mi bastava.

Dopo cena ho lavato i piatti subito, prima che la stanchezza mi cadesse addosso del tutto. L’acqua del lavandino era troppo calda sulle mani arrossate, ma non l’ho abbassata. Mi piaceva quel piccolo dolore pulito.

Ho ascoltato un podcast senza seguirlo davvero. Mi piaceva solo avere una voce in casa, una voce che non chiedesse niente.

Poi mi sono fatta una tisana alla liquirizia.

Il vapore mi è salito sul viso con un odore dolce e scuro. Ho tenuto la tazza tra le mani più del necessario, solo per scaldarmi le dita.

Ho aperto il frigo e ho trovato ancora mezza tavoletta di cioccolato fondente al settantacinque per cento che avevo nascosto a me stessa dietro un barattolo di sugo.

Ne ho spezzato due quadratini. Il cioccolato ha fatto un piccolo crack netto tra le dita.

Li ho mangiati insieme a due taralli pugliesi che mia madre mi aveva mandato due settimane prima.

Il cioccolato era amaro, asciutto, quasi serio. I taralli erano friabili, salati, con quel sapore d’olio che mi riportava immediatamente a una cucina più grande, più rumorosa, più piena.

Dolce e salato.

Nord e Sud.

Io, in mezzo.

Mi sono seduta sul divano-letto con le gambe incrociate e ho guardato il mio piccolo regno: la pianta di basilico mezzo secca sul davanzale, il poster sbiadito de La Grande Bellezza, il mucchio di libri ancora da leggere sul comodino, una felpa piegata male sulla sedia.

Tutto era piccolo.

Tutto era un po’ storto.

Ma era mio.

Ho pensato a tutte le volte che mi ero sentita in colpa per essere uscita “presto” dall’ufficio. A quante sere avevo ordinato sushi o kebab solo perché ero troppo stanca per volermi bene. A quanto mi ero convinta che fare carriera significasse per forza sacrificare tutto: il sonno, la schiena, la cena, il silenzio, perfino il diritto di non rispondere subito.

Invece stasera, mentre fuori Milano correva frenetica, io ero lì.

Con il mio pollo impanato, la mia verza, la mia pasta, la mia musica bassa e una sensazione strana, quasi imbarazzante:

pace.

Il telefono si è illuminato di nuovo.

Questa volta era mia madre.

“Quando torni giù? Qui fa ancora caldo.”

Ho sorriso.

Non ho risposto subito. Non perché non volessi, ma perché per una volta non volevo correre nemmeno verso l’amore degli altri.

Ho preso il quaderno dove scrivo le cose che non voglio dimenticare. La copertina era un po’ ruvida sotto le dita, consumata sugli angoli.

La penna ha esitato un secondo sulla pagina, poi ho appuntato:

“A volte la vittoria più grande è finire di lavorare alle 20, cucinarsi qualcosa di buono e mangiare in silenzio senza sentirsi soli.”

Sono rimasta a guardare quella frase per qualche secondo.

Fuori, la pioggia batteva ancora piano sul davanzale.

Poi ho aggiunto sotto:

“Ricordati che anche tu sei una persona da trattare bene.”

Ho fatto per spegnere la luce grande, poi mi sono ricordata che non l’avevo mai accesa.

Ho controllato due volte il gas, perché lo faccio sempre.

Poi mi sono infilata sotto le coperte.

Le lenzuola all’inizio erano fredde sulle gambe, ma dopo pochi secondi hanno cominciato a prendere il mio calore. Ho tirato il piumone fino al mento e ho ascoltato il ronzio basso del frigo, lontano, regolare.

Domani era un altro giorno.

Un’altra metro piena.

Un’altra casella di posta.

Un’altra lista di cose urgenti.

Ma stasera no.

Stasera Milano poteva anche continuare a correre senza di me.

Buonanotte.

Una Sera di Ottobre a Milano testo di R. E. Harlow
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